INCOERENTE

INCOERENTE
C’è mancanza di libertà
in ogni dove
C’è il cielo in una stanza
quando piove
C’è il ricordo sbagliato
di una vita sola
c’è una fragile speranza
altrove.
C’è poco da fare veramente
Solo inerzia
e gente cattiva e distratta
incoerente.
La poesia “Incoerente” di Alessandro Lugli si presenta come un frammento di lucida e dolorosa introspezione, un urlo sommesso che fotografa una condizione di profonda claustrofobia esistenziale. Fin dalle prime battute, il testo si impone per la sua onestà disarmante, aprendosi con la constatazione di una mancanza di libertà universale, un’oppressione che non conosce confini fisici e si estende letteralmente in ogni dove. Questa percezione di trappola si fa ancora più intima e stringente nel verso successivo, dove l’autore opera un efficace e amaro ribaltamento lirico evocando l’immagine del cielo in una stanza quando piove. Se nella memoria collettiva quella stanza simboleggiava l’infinito dell’amore capace di abbattere le pareti, qui la stanza rimane un perimetro chiuso, un rifugio violato dalla malinconia della pioggia, dove il fuori e il dentro si fondono soltanto per amplificare il senso di isolamento e di grigiore.In questo spazio ristretto si muove una mente che fa i conti con il proprio passato e con il proprio futuro. Il ricordo viene definito “sbagliato”, quasi a suggerire una frattura interiore, la sensazione di aver vissuto un’esistenza distorta o di non riconoscersi più nelle proprie tracce. Di riflesso, la speranza perde ogni connotato di forza e certezza: è definita esplicitamente fragile e collocata in un “altrove” indefinito, un non-luogo che ne denuncia l’irraggiungibile distanza dalla realtà presente. Questa dislocazione del futuro non fa che accentuare il peso del qui e ora, un tempo statico in cui non sembra esserci spazio per il riscatto o per l’azione concreta.La seconda parte della lirica abbandona la spinta descrittiva e si traduce in una sentenza dura e priva di sconti sulla realtà sociale e umana. All’impossibilità di agire e cambiare le cose, sintetizzata nell’espressione rassegnata sulla mancanza di alternative reali, subentra l’inerzia, un abbandono passivo al flusso degli eventi. Questa paralisi non è però vissuta in solitudine, ma all’interno di un contesto umano ostile e respingente. Il ritratto della collettività offerto da Lugli è impietoso: una folla caratterizzata da cattiveria e distrazione, dove l’indifferenza reciproca scava solchi insormontabili tra gli individui. È l’incoerenza finale, che dà il titolo al componimento, a chiudere il cerchio: la discrepanza assoluta tra ciò che si mostra e ciò che si è, la perdita di autenticità delle relazioni umane che sanziona definitivamente il fallimento di ogni legame sociale. Attraverso una lingua spoglia, essenziale e priva di fronzoli retorici, la poesia riesce così a dare voce alla stanchezza emotiva dell’uomo contemporaneo, sospeso tra il desiderio represso di una libertà perduta e l’inevitabile scontro con la superficialità del mondo circostante.