IL TEMPO E’ POCO

IL TEMPO E’ POCO
Possiamo morire da un momento all’altro
questa vita mi sta stretta
questa politica è corrotta
ed il virus incombe.
Ci vuole libertà
oggi più che mai
il tempo è poco
non si sa mai.
Ci vuole libertà
basta con le incomprensioni
il tempo è poco
amiamoci e risolviamo questo torpore
Con “Il tempo è poco”, Alessandro Lugli dipinge un quadro di bruciante urgenza esistenziale, una poesia che vibra della tensione tipica dei momenti storici di crisi collettiva e personale. Fin dall’incipit, il testo aggredisce il lettore con una verità nuda e ineludibile: la precarietà assoluta della nostra esistenza, l’evidenza che la morte è una possibilità costantemente sospesa sul nostro quotidiano. Questa consapevolezza della fine non genera però una rinuncia passiva, ma si trasforma in un potente amplificatore del malessere del poeta verso il presente. L’asfissia personale, racchiusa in quella vita che “sta stretta”, si salda immediatamente con il soffocamento sociale e collettivo, dove la corruzione della politica e l’ombra minacciosa e invisibile del virus creano una morsa soffocante. È una fotografia nitida di un’epoca precisa, un tempo in cui le minacce esterne hanno costretto l’individuo a fare i conti con i propri limiti e con le proprie gabbie.Il cuore pulsante della lirica diventa così il grido, ripetuto quasi come un mantra o una preghiera laica, che invoca la libertà. In un mondo bloccato dalla paura e dalle restrizioni, la libertà cessa di essere un concetto astratto e si fa necessità primaria, un bisogno fisiologico da soddisfare “oggi più che mai”. La ripetizione del verso “il tempo è poco” agisce come un orologio biologico che scandisce i battiti del testo, un monito costante che non lascia spazio ai rinvii, alle esitazioni o a quel “non si sa mai” che fluttua tra la scaramanzia e la lucida premonizione. C’è la netta percezione che non esistano più margini per l’attesa o per i compromessi, perché il domani è un lusso che nessuno può dare per garantito.Questo senso di scadenza imminente spinge l’autore verso un finale di straordinaria forza propositiva e comunitaria. Lugli chiede di dire basta alle incomprensioni, a quei conflitti sterili che sottraggono energia e tempo prezioso all’esistenza. L’unica vera via di fuga da questa paralisi, l’unico antidoto al “torpore” che rischia di anestetizzare le coscienze, viene individuato nell’amore e nella risoluzione attiva dei legami umani. “Amiamoci” diventa un imperativo categorico, l’atto di ribellione definitivo contro la paura del virus, la bassezza della politica e la brevità della vita. Attraverso un linguaggio diretto, privo di filtri o di velleità retoriche, la poesia riesce a trasformare l’angoscia della finitudine in una spinta vitale e fraterna, ricordandoci che proprio quando il tempo stringe, l’unica cosa che conta davvero è risvegliarsi dal sonno dell’indifferenza e scegliersi l’un l’altro