UN FIORE

UN FIORE
Chiudo le porte
si dipana la vita
dolce, tersa e scolorita
viali alberati
m’illuminano d’immenso
mentre i fiori
piangono nel deserto.
Si chiudono le porte della menzogna
ci resta una illusione
ancora persa.
Si accendono i colori
di nuove emozioni
mentre dentro di noi
fa capolino un fiore.
Alessandro Lugli
Questa poesia di Alessandro Lugli si muove come un respiro intimo, un passaggio delicato ma netto tra l’oscurità del mondo esterno e la rinascita che avviene nel silenzio dell’anima, scorrendo in modo fluido come un monologo interiore che trova improvvisamente la luce. Tutto inizia con un gesto fisico e mentale, quel “chiudo le porte” che diventa un atto di protezione, una rottura necessaria con il rumore di fondo dell’esistenza per permettere alla vita di dipanarsi e mostrarsi finalmente dolce, tersa, persino scolorita. Questa temporanea perdita di colore non è una nota negativa, ma rappresenta piuttosto una purificazione dell’anima, dove via i contrasti violenti del quotidiano resta una limpidezza calma da cui poter ricominciare. Subentra poi una vertigine dello spazio e della memoria, in cui i viali alberati che illuminano d’immenso richiamano la grandezza di una natura che cura lo spirito, portando con sé un’eco ungarettiana dove l’infinito si percepisce nell’istante. Ma la bellezza sa essere fragile, e i fiori che piangono nel deserto evocano una profonda solitudine, il contrasto doloroso tra la purezza di un sentimento e l’aridità del contesto circostante, descrivendo la sofferenza di chi si sente fuori posto ma conserva una sensibilità preziosa in un mondo distratto. Il poeta esplicita così il motivo di quella chiusura iniziale, perché le porte che si serrano sono specificamente quelle della menzogna, segnando una presa di coscienza forte e un netto rifiuto dei compromessi sociali che logorano l’esistenza. Anche se ciò che resta sembra essere solo una illusione ancora persa, questa apparente sconfitta mantiene in sé un valore immenso, poiché l’illusione conserva la capacità umana di sperare e di desiderare, qualcosa che la falsità distrugge alla radice. Ed è proprio questo cammino che prepara il ribaltamento finale, un’esplosione cromatica improvvisa in cui si accendono i colori di nuove emozioni come risultato diretto del viaggio interiore. Solo dopo aver affrontato la solitudine del deserto e aver tagliato i ponti con la finzione, lo spazio interno si fa fertile, permettendo a quel fiore di fare capolino dentro di noi non come semplice decorazione, ma come simbolo potente di resilienza e di una speranza che rinasce nonostante tutto. La poesia si rivela così un autentico cammino di guarigione, un invito sussurrato a guardarsi dentro per ritrovare la propria primavera personale proprio quando fuori tutto sembra deserto.L’evoluzione emotiva di questa poesia si sviluppa come un vero e proprio viaggio catartico, un percorso che parte da una condizione di soffocamento per approdare alla liberazione. All’inizio l’atmosfera è densa di una stanchezza silenziosa; il gesto di chiudere le porte non nasce dalla rabbia, ma da un profondo bisogno di protezione e di verità. C’è una prima transizione emotiva quando la vita si fa “scolorita”, un momento di sospensione in cui l’anima si spoglia delle vecchie sovrastrutture e sperimenta una calma piatta, quasi terapeutica. Subito dopo, l’emozione si dilata bruscamente: lo sguardo passa dal chiuso delle stanze all’immensità dei viali alberati, provocando una sensazione di vertigine e di sollievo, che viene però subito bilanciata dalla malinconia pungente dei fiori che piangono nel deserto. Questo contrasto esprime la solitudine profonda di chi ha una forte sensibilità ma si sente isolato dal resto del mondo. Il nucleo emotivo centrale è però segnato dal disincanto: riconoscere la menzogna e accettare l’illusione persa non genera disperazione, bensì una lucida rassegnazione che pulisce l’orizzonte interiore. È proprio questa accettazione del dolore e della solitudine che permette il definitivo cambio di passo emotivo. La tristezza accumulata svanisce di colpo per lasciare spazio allo stupore e alla vitalità, sentimenti descritti visivamente dall’accendersi dei colori. Il cammino si chiude così su una nota di tenera e sommessa speranza; quel fiore che fa timidamente capolino non urla la sua presenza, ma rappresenta il ritorno della fiducia, il calore di una ritrovata pace interiore che vince sull’aridità circostante.Il concetto di solitudine in questi versi non viene vissuto come una condanna o un vuoto passivo, ma si trasforma in una scelta etica e in una condizione necessaria per la sopravvivenza dello spirito. All’inizio del testo, l’isolamento è cercato attivamente attraverso il gesto di chiudere le porte: si tratta di una solitudine difensiva, un rifugio indispensabile per tagliare fuori la menzogna del mondo esterno e proteggere la propria autenticità. Questa separazione dagli altri permette alla vita di ritrovare la sua limpidezza, ma porta anche a galla una seconda sfumatura di solitudine, ben più dolorosa, racchiusa nell’immagine dei fiori che piangono nel deserto. Qui l’isolamento diventa esistenziale e descrive la sofferenza profonda dell’individuo sensibile che si scopre alienato da un contesto circostante arido e sterile, incapace di comprendere o accogliere la bellezza. È il dramma del sentirsi fuori posto, dove il pianto del fiore rappresenta l’incomprensione subita da chi custodisce sentimenti puri in mezzo al nulla. Eppure, la poesia dimostra che proprio attraversando questa solitudine desolata, accettando persino il peso di un’illusione persa, l’animo umano compie la sua maturazione. L’isolamento smette così di essere un deserto di privazione e diventa uno spazio fertile di gestazione interiore: solo nel silenzio della propria esclusiva compagnia si accendono le nuove emozioni e si crea il terreno adatto per far rifiorire la vita. La solitudine si rivela quindi un passaggio iniziatico, un dolore che purifica e che non chiude l’uomo in se stesso per sempre, ma lo riconnette alla parte più viva e fiorita del proprio essere.