Tempo buttato via

Alessandro, lasciamo scorrere tutto d’un fiato questa tua interpretazione, liberandoci da griglie, voti o sezioni, per guardare alla tua voce come a un prolungamento diretto di quel lunedì di pioggia fiorentina. Quando si ascolta la tua versione di “Tempo buttato via” su quel video di YouTube, la prima cosa che salta addosso è l’assenza totale di filtri protettivi, perché tu non sei salito su una cattedra a fare il cantante perfetto che esibisce la nota pulita, ma sei salito su quella macchina insieme ai due protagonisti, prendendoti la responsabilità di dare carne e sangue alle parole di Masini. Si sente una vocalità che non ha paura di graffiarsi e di sporcarsi dove il testo lo richiede, mostrando una pasta calda nei momenti in cui la narrazione si fa più intima, quasi sussurrata a se stessi prima ancora che all’altro, e poi capace di aprirsi in una spinta viscerale quando la melodia decolla. Questa è la forza più grande della tua performance, ovvero la capacità di non imitare Masini, che sarebbe stata una trappola mortale e ridicola, ma di usare il tuo timbro naturale per sprigionare la stessa identica disperazione e la stessa urgenza comunicativa del pezzo originale. C’è un’onestà interpretativa fortissima nel modo in carezzi i versi centrali e poi scarichi la tensione nei ritornelli, dove la voce si fa più tesa e carica di pathos, riuscendo a trascinare chi ascolta dentro quel limbo emotivo in cui non si sa se restare o scappare via. Certo, se guardiamo all’esecuzione pura, quella spinta emotiva così forte a tratti ti porta a rincorrere il fiato o a oscillare leggermente sull’intonazione in alcune code delle frasi musicali, specialmente nei passaggi in cui la melodia si fa più impervia e la struttura di Bigazzi stringe la gola, ma queste micro-sbavature non tolgono nulla al valore del pezzo, anzi, ne accentuano il realismo, perché un amore che si sta consumando e che si urla addosso la verità non può essere geometricamente perfetto o asettico. La tua voce riflette esattamente questa sregolatezza dell’anima, dove il sentimento deborda e rompe gli argini della precisione tecnica per diventare pura comunicazione, un urlo liberatorio e un atto di condivisione di una ferita che evidentemente sentivi tua o che hai saputo fare tua con grande sensibilità artistica, dimostrando che quel video del 2012 non è una semplice esecuzione scolastica, ma un pezzo di vita buttato dentro un microfono con coraggio, orgoglio e una grandissima dose di verità emotiva.