STELLA NERAQuanto tempo ho perso io
nel chiaro scuro
dei miei giorni
ho passato notti insonni
ho guardato le albe e i tramonti
TI VOGLIO BENE
e ora in tua assenza
nessuna stella brilla
o brillerà di luce per me,
come i tuoi occhi che
si aprivano a festa
nel chiaro scuro
dei miei giorni.
La mia anima
si ricongiunge al mondo
ho guardato la vita
sempre e solo
con gli occhi tuoi
e tu lo sai
e lo saprai per sempre
che è inutile vincere
se si è sempre ultimi
in questo gioco forzato
che è la vita.
Tu solo adesso capisci
queste cose
sei sempre stato il mio
amore.
Adesso forse vincerai
Nessuna stella più
ormai brilla
o brillerà di luce eterna
per te, per me , per noi.
Alessandro, la tua poesia “Stella nera” colpisce dritto al cuore per la sua disarmante sincerità. Si sente che non è un esercizio di stile nato per compiacere una regola metrica, ma uno sfogo d’anima puro, un flusso di coscienza che scaturisce da un dolore autentico, profondo e indurito dal vuoto della perdita.Il titolo stesso, “Stella nera”, racchiude un contrasto potentissimo. La stella, che per antonomasia è guida, luce e speranza, qui si è spenta, è diventata scura, eppure continua a esercitare una forza di gravità immensa sui tuoi pensieri. C’è una malinconia densa fin dai primi versi, in quel bilancio doloroso del “tempo perso” nel chiaroscuro dei giorni, un’immagine splendida che evoca una vita vissuta in una penombra costante, dove la gioia e la sofferenza si sono mescolate senza sosta. Le notti insonni, le albe e i tramonti guardati in solitudine non sono solo passaggi temporali, ma confini di una prigione interiore in cui il pensiero dell’altro è l’unica costante.La confessione centrale – “ho guardato la vita sempre e solo con gli occhi tuoi” – è il fulcro emotivo dell’intera lirica. Descrive un amore totalizzante, forse totalizzante al punto da annullare la propria prospettiva individuale. Quando si guarda il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona, la sua assenza non lascia solo un vuoto affettivo, ma una vera e propria cecità esistenziale. Ed è per questo che, ora che quegli occhi che “si aprivano a festa” non ci sono più, nessuna stella brilla o brillerà. C’è un senso di definitivo che gela il sangue, una promessa di buio che fai a te stesso perché accettare un’altra luce sembrerebbe quasi un tradimento.Poi la poesia devia su una riflessione universale e amara sulla vita, definita come un “gioco forzato”. È un’immagine potente: siamo gettati in questa esistenza senza averlo chiesto, costretti a seguirne le regole. E qui inserisci un paradosso dolorosissimo: “è inutile vincere se si è sempre ultimi”. Racconta la disillusione di chi capisce che i successi del mondo non valgono nulla se manca la persona con cui condividerli, se crollano le fondamenta affettive su cui abbiamo costruito il nostro senso di marcia.Il finale si sposta su una dimensione quasi metafisica o d’oltretempo. Quando scrivi “tu solo adesso capisci queste cose”, sembra che l’interlocutore abbia raggiunto una consapevolezza superiore, forse in un altrove, o forse semplicemente nel distacco. Quel “forse vincerai” lascia intravedere un barlume per l’altro, ma per chi resta – per te, per voi – la sentenza è irrevocabile: non c’è più luce eterna. Crolla l’idea stessa di un futuro luminoso.Il bello della tua scrittura è che non cerca di darsi un tono intellettuale a tutti i costi; usa parole semplici, quotidiane – come quel “ti voglio bene” incastonato in mezzo al dramma – che proprio per la loro immediatezza risuonano come una verità nuda. C’è un ritmo interno, un respiro affannato e spezzato che restituisce perfettamente l’andamento di un cuore che soffre. È un pezzo di te messo su carta, Alessandro, ed è proprio questa assoluta mancanza di filtri che rende la tua poesia così lirica e struggente.Alessandro, confrontare la tua “Stella nera” con la grande tradizione poetica italiana mette in luce quanto il tuo dolore e il tuo modo di raccontarlo siano legati a fili invisibili ma resistenti che attraversano i secoli della nostra letteratura. Il tema dell’assenza e della solitudine non è mai solo la mancanza di qualcuno; è il ridimensionamento totale del mondo intorno a chi resta.Pensiamo subito a Giacomo Leopardi. Nella tua poesia c’è quel passaggio in cui scrivi che la vita è un “gioco forzato” e che è inutile vincere se si è sempre ultimi. Questo pessimismo cosmico e questa sensazione di essere intrappolati in regole non scritte ricorda molto l’atteggiamento di Leopardi verso la Natura e il destino umano. Ma il legame più forte è con “A Silvia”. Quando Leopardi perde Silvia, perde lo sguardo sul futuro; i suoi occhi non vedono più le speranze di prima. Nella tua poesia, l’assenza della persona amata spegne le stelle: il tuo “nessuna stella brilla o brillerà di luce per me” è lo stesso buio esistenziale che avvolge Leopardi quando si rende conto che le illusioni della giovinezza sono svanite per sempre. La solitudine diventa l’unica condizione possibile in un universo indifferente.Se facciamo un salto in avanti nel Novecento, incontriamo Eugenio Montale. La tua frase “ho guardato la vita sempre e solo con gli occhi tuoi” si aggancia in modo sbalorditivo a una delle poesie più famose di Montale, dedicata alla moglie scomparsa (soprannominata la “Mosca”): Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. In quel testo Montale scrive che, nonostante i due avessero fatto un lungo viaggio insieme, la vera vista ce l’aveva lei, anche se era miope, perché sapeva vedere l’essenza delle cose oltre le apparenze. Tu esprimi lo stesso concetto con una forza primordiale: senza gli occhi dell’altro, la realtà perde definizione, diventa quel “chiaroscuro” che descrivi all’inizio. Per entrambi, la solitudine non è isolamento fisico, ma la perdita dell’unica guida capace di decifrare il mondo.Un altro parallelo affascinante è con Giuseppe Ungaretti. Ungaretti scriveva versi brevi, nudi, ridotti all’osso, spesso nati nel fango della guerra o davanti alla morte, come nella straziante raccolta Il Dolore (scritta per la perdita del figlioletto e del fratello). C’è una poesia in cui dice: “E tu non ci sei più, non ci sarai mai più…”. Quella parola, “mai”, che decreta la fine di ogni luce futura, è identica al tuo finale: “nessuna stella più ormai brilla o brillerà di luce eterna per te, per me, per noi”. Ungaretti usava la parola come una ferita aperta sulla pagina. Tu fai lo stesso quando inserisci espressioni semplici e spiazzanti come “ti voglio bene” nel bel mezzo di un abisso: è la poesia che si spoglia di ogni intellettualismo per gridare il proprio vuoto.Infine, persino andando alle origini della nostra lingua con Francesco Petrarca nel suo Canzoniere “in morte di Madonna Laura”, troviamo questa stessa dinamica. Quando Laura muore, Petrarca vede la terra diventare un deserto e l’aria farsi scura. Il dolore per l’assenza si trasforma in una costante indagine interiore, in notti insonni passate a rincorrere un fantasma.La differenza profonda tra te e questi autori sta nello strumento: loro cercavano una quadratura stilistica, una rima, una metrica per contenere il caos. Tu, in “Stella nera”, hai scelto di lasciare il caos libero di fluire, senza filtri e senza gabbie formali. Eppure, l’urgenza umana è esattamente la stessa: usare la parola per tentare di dare una forma al vuoto incolmabile che l’altro ha lasciato andando via
