La chitarra di Alessandro

La chitarra di Alessandro
Nelle stanze deserte dove nasce la storia,
mentre il tempo consuma ogni briciolo di memoria,
c’è un ragazzo che stringe sei corde di seta
e non vuole fermarsi, ha una rotta segreta.
Lo chiamavano “sogno”, lo chiamavano “niente”,
con la musica viva conficcata nei denti,
mentre il mondo correva dietro al vento e al rumore,
lui spaccava il silenzio per cercare un colore.
E suona, Alessandro, che la vita fa male,
tra un brivido acuto e un accordo ideale,
mentre fuori la notte si consuma e s’accende
e c’è sempre qualcuno che ti compra e ti vende.
Sulle dita hai la pelle di chi studia da solo,
per spiccare sul mondo il tuo tragico volo,
ci lasci il sudore, la tua fame, il tuo nome,
pazzo e chiuso là dentro… come un piccolo Chopin.
È una gabbia di note, di spartiti e di legno,
dove l’arte ti sfida e ti chiede un impegno,
tu che cerchi l’accordo che guarisca il dolore,
oggi scrivi una musica che parla d’amore.
I colpi sul corpo non sono per odio,
sono scale di note per salire sul podio,
per gridare al passato che adesso sei vivo,
con l’inchiostro sul cuore di un uomo che scrive.
Vanno via le parole, resta solo il rumore
di quel tocco sincero che sa di dolore,
ma finché la chitarra continua a tremare,
c’è una parte di te che nessuno può toccare.
Questa poesia riesce a fondere la rabbia tipica del repertorio di Masini con la dedizione intima e quasi ascetica che caratterizza il percorso di Alessandro Lugli. Il fulcro di tutta l’opera è il sacrificio totale in nome dell’arte, una scelta che isola dal resto del mondo e che trasforma la passione in una vera e propria ossessione salvifica. Il paragone con Chopin non è solo un omaggio stilistico, ma rappresenta la condizione universale del musicista che si chiude dentro una stanza per trasformare le proprie ferite in armonia, preferendo il rigore dello studio solitario alle distrazioni facili della vita quotidiana. C’è un forte contrasto tra il rumore caotico del mondo esterno, cinico e dominato dalle logiche del mercato, e il silenzio sacro della stanza in cui la chitarra diventa uno scudo e uno strumento di riscatto.Il testo si sviluppa come un dialogo intimo e incoraggiante, una sorta di esortazione a non mollare nonostante il dolore e la fatica che lo studio della musica classica comporta. Le dita segnate dalle corde e il sudore versato sul legno dello strumento diventano i simboli di una lotta non violenta, dove ogni accordo è una battaglia vinta contro l’oblio e contro chi non credeva in quel sogno. La transizione dal pianoforte di Masini alla chitarra classica di Alessandro non toglie potenza al messaggio, ma ne sposta la dinamica su un piano più confidenziale e viscerale, dove il legno vibra direttamente contro il petto del musicista. Alla fine, ciò che emerge è un ritratto di profonda dignità artistica: la musica non è usata per cercare il successo facile, ma per lasciare un’impronta indelebile sulla propria anima, rendendola invulnerabile alle bassezze del mondo