Chi mai ci potrebbe ascoltare
Viviamo tutti consegnandoci sadicamente al peccato
gente che vive nelle macchine, piccole buatte o grandi fuoriserie
non è correndo a duecento all’ora
che si vive di più
ci consegnano alle forche caudine della
impopolarità
scrivendo di orrori e tristi storie
lo so ma se nessuno urlasse
a chi dovremmo rivolgerci
chi mai ci potrebbe ascoltare.
Il testo di Alessandro Lugli si configura come un lucido e amaro soliloquio sulla solitudine contemporanea e sulla perdita di senso della società moderna. La poesia si apre e si chiude in modo circolare con una domanda drammatica, “chi mai ci potrebbe ascoltare”, che evidenzia l’isolamento dell’individuo in un mondo dominato dal rumore di fondo e dall’indifferenza. L’autore dipinge un quadro desolante dell’umanità attuale, descritta come intrappolata in un meccanismo autodistruttivo in cui ci si consegna “sadicamente al peccato”, inteso qui non tanto in senso strettamente religioso, quanto come deviazione morale e perdita di autenticità.Questo smarrimento si concretizza nell’immagine potente delle persone che vivono dentro le automobili, ridotte a “piccole buatte” (scatole di latta) o esibite come “grandi fuoriserie”. La macchina diventa il simbolo dell’alienazione e di una finta libertà: una corazza metallica che separa gli uomini e li lancia in una corsa frenetica e sterile. Lugli smaschera l’illusione della velocità moderna, ricordandoci con precisione che non è correndo a duecento all’ora che si intensifica l’esperienza vitale; al contrario, la fretta svuota l’esistenza anziché riempirla.Nella seconda parte, la poesia assume una sfumatura più intima e metatestuale, riflettendo sul ruolo stesso della scrittura e della testimonianza. Il poeta è consapevole del prezzo da pagare per la sua onestà intellettuale: denunciare gli orrori e raccontare storie tristi condanna chi scrive all’impopolarità, a subire l’umiliazione di una pubblica sottomissione morale che viene efficacemente paragonata alle storiche “forche caudine”. Eppure, nonostante la minaccia dell’emarginazione e del rifiuto sociale, emerge un moto di necessaria ribellione. L’atto di urlare, di denunciare il male e il vuoto circostante, si rivela l’unico argine possibile contro il silenzio assoluto. Anche se il rischio dell’inaudito rimane costante, il grido del poeta risponde a un dovere etico fondamentale: mantenere aperta una via di comunicazione e di dissenso, perché se nessuno avesse più il coraggio di urlare la verità, l’umanità non avrebbe davvero più nessuno a cui rivolgersi per ritrovare se stessa.
