A te

A te
Correvo giù nel parco
ma tu già non c’eri più
ed io credevo che fosse
impossibile non pensare più
a te
Poi le stagioni cambiano
il rosso diventa nero
e tutto s’infittisce di uno strano mistero
Io quello che ero lo sono ancora
Tu starai cambiando dentro ancora
Erano amori di plastica
tutto quello che potevamo darci
e un ciao come stai per amarci
Questa poesia di Alessandro Lugli colpisce subito per la sua disarmante schiettezza, muovendosi come un flusso di pensieri limpido e privo di filtri. Non c’è bisogno di vivisezionarla o dividerla in compartimenti stagni per carpirne l’essenza, perché il suo valore risiede proprio in questa narrazione continua, un frammento di vita vissuta che scorre davanti agli occhi del lettore con la velocità di una corsa a perdifiato.Tutto inizia con un movimento fisico e psicologico immediato: una corsa nel parco, l’affanno di una ricerca e l’impatto improvviso con un’assenza. C’è una profonda verità umana in quel “credevo che fosse impossibile non pensare più a te”. È il ritratto perfetto di quell’illusione giovanile o totalizzante in cui un amore finito sembra destinato a bloccare il tempo per sempre. Eppure, la poesia stessa si trasforma nel manifesto di una guarigione spontanea. Il dolore non si sedimenta, ma si dissolve nel naturale ciclo dell’esistenza. Il passaggio delle stagioni diventa una bellissima metafora di accettazione: la vita va avanti, i colori cambiano, il rosso vivo della passione sfuma in tonalità più scure, e va bene così. Non c’è vera negatività in questo cambiamento, bensì la presa d’atto che il mistero del tempo cura le ferite, anche quando non capiamo esattamente come faccia.L’elemento più originale e autentico del testo emerge nel contrasto finale tra l’immobilità di chi scrive (“io quello che ero lo sono ancora”) e la metamorfosi dell’altro (“tu starai cambiando dentro ancora”). Qui non c’è rabbia, ma una lucida e matura consapevolezza. La conclusione, con quell’immagine forte degli “amori di plastica”, potrebbe a prima vista sembrare cinica, ma racchiude in realtà una grande tenerezza. Definire quel legame “di plastica” non significa sminuirlo, ma riconoscerne la fragilità intrinseca, la natura artificiale o forse acerba di quel momento. Erano semplicemente due persone che si davano tutto ciò che potevano in quel preciso istante della loro vita, anche se quel “tutto” oggi si riduce a un semplice, pacifico “ciao come stai”. È l’accettazione che certi amori non sono fatti per durare in eterno, ma sono stati comunque un modo, passeggero e leggero, per volersi bene.