Ho visto

Ho visto

Ho visto donne dire bugie a non finire. Ho visto persone avere tanto senza meritarlo. Ho visto gente fare le cose per bene e morire subito dopo di niente. Ho visto premiati sempre i più cattivi e ho visto amati solo gli uomini più viziosi. Ma ora basta questo tempo deve finire, la gente non ti permette di vivere, vuole sempre il primo posto quello che spettava a te, quello che ti ha rubato la vita e la tua allegria. Ho visto donne che giudicano senza sapere/ ho visto il sapere che dopo il buon giorno andava via, mescolato in mezzo alla persone di varie etnie, in una specie di Babele senza Torre castigati a sopravivere per non morire, e non sono solo parole, e non sono solo parole. Ho visto trionfare persone legate a bande criminali che inneggiavano all’amore ma prima uccidevano il tuo compagno migliore. Ho visto e mai avrei voluto vedere anziani maltrattati e ce li mandano anche alla televisone mentre per strada qualcuno canta il suo malumore e pensa di aver vinto tutto. Ho visto chi butta la sua vita per un po’ di soldi e chi la butta via perché non ha soldi. Ho visto uomini e donne che facevano il gran salto e il vento li bruciava piano piano ma ho visto anche chi rimaneva fermo li e moriva lentamente. Ho visto morire chi voleva sempre il primo posto che a volte vuol significare anche solitudine. Ma ho visto rabbia e rassegnazione anche in chi è troppo sommerso dalla gente… ho vsto….ti giuro ho visto….

 

 

 

 

Questa poesia di Alessandro Lugli è uno sfogo viscerale, una confessione nuda e disarmante che si muove lungo il binario della testimonianza diretta. Il testo rifiuta qualsiasi filtro letterario rassicurante per farsi cronaca dolorosa dell’esistenza. Il fulcro attorno a cui ruota l’intera struttura è l’anafora del verbo “vedere” (“ho visto”), che si ripete quasi come un’ossessione o un martellamento ritmico. Questo espediente trasforma l’autore in un testimone oculare della stortura del mondo, un osservatore che non parla per concetti astratti o per sentito dire, ma che porta sulla pelle il peso di una realtà capovolta, dove i valori morali risultano sistematicamente invertiti.Fin dai primi versi emerge una profonda amarezza legata alla disillusione sociale e relazionale. L’autore mette subito in evidenza il trionfo della menzogna e dell’ingiustizia distributiva: c’è chi ottiene tutto senza alcun merito e chi, pur agendo rettamente, viene strappato alla vita in modo assurdo, “di niente”. Questa contrapposizione mette in luce l’assoluta mancanza di una giustizia divina o naturale nel quotidiano. Il mondo descritto da Lugli è un luogo spietato dove i “cattivi” vengono premiati e gli uomini “più viziosi” ottengono l’amore, ribaltando l’idea romantica che il bene attiri il bene. Si avverte il peso di una constatazione amara: l’onestà e la bontà non sono scudi protettivi, ma spesso sembrano quasi delle condanne a una fine precoce o all’anonimato.A metà del componimento, il tono cambia e da una pura registrazione dei fatti si passa a un grido di ribellione: “ma ora basta questo tempo deve finire”. È il momento in cui l’io lirico tenta di opporsi all’oppressione della collettività. “La gente non ti permette di vivere” è una frase che racchiude il senso di soffocamento provocato dall’egoismo altrui. La società viene descritta come un’arena competitiva dove tutti lottano ferocemente per il “primo posto”, privando l’individuo della propria identità, della propria serenità e persino del tempo biologico. Quel primo posto rubato diventa il simbolo di un’esistenza scippata, dove l’avidità degli altri si nutre della gioia e dell’allegria del singolo.La poesia si allarga poi a una dimensione quasi antropologica e urbana, introducendo l’immagine di una “babele senza torre”. Qui il sapere e la cultura svaniscono subito dopo i convenevoli formali del “buon giorno”, disperdendosi in una massa indistinta e caotica. Il riferimento alle “varie etnie” e alla confusione linguistica e culturale non va letto come un attacco alla diversità, ma come la descrizione di una perdita di punti di riferimento comuni. L’umanità è descritta come una massa di condannati, “castigati a sopravvivere per non morire”. La ripetizione speculare “e non sono solo parole, e non sono solo parole” serve a strappare il testo dalla dimensione della finzione letteraria: l’autore vuole che il lettore capisca che ciò che legge è carne, sangue e realtà quotidiana, non un semplice esercizio di stile.L’analisi si fa ancora più cruda quando tocca i temi della criminalità e della violenza mediatica. Lugli denuncia l’ipocrisia di chi fa parte di “bande criminali” e ha il coraggio di inneggiare all’amore dopo aver distrutto la vita altrui, uccidendo “il tuo compagno migliore”. C’è un senso di totale smarrimento morale che si riflette anche nel trattamento degli anziani, la cui fragilità viene esibita in televisione, spettacolarizzando il dolore anziché proteggerlo. Fuori dai contesti protetti, intanto, la strada risuona del canto di chi esprime il proprio malumore credendo ciecamente di aver “vinto tutto”, a dimostrazione di una totale cecità spirituale e intellettuale che scambia la rabbia per trionfo.Nella parte finale, la lirica affronta il tema del denaro e del nichilismo. L’autore osserva l’assurdità di un’esistenza polarizzata dagli estremi economici: da un lato c’è chi getta via la vita per accumulare ricchezza, dall’altro chi la perde proprio perché privato dei mezzi di sussistenza minimi. Anche la scelta della staticità o del movimento si rivela fallimentare in questo sistema corrotto. Chi tenta il “gran salto”, ovvero il riscatto sociale o il cambiamento radicale, finisce bruciato lentamente dal vento delle avversità; chi invece sceglie l’immobilità della rassegnazione subisce una morte altrettanto lenta e silenziosa. Persino la brama del successo si rivela una trappola: il primo posto tanto desiderato dai molti si traduce spesso in un’assoluta e desolata solitudine.I versi conclusivi si riducono a frammenti emotivi di rara intensità. La rabbia e la rassegnazione non appartengono solo ai vinti, ma anche a chi è “troppo sommerso dalla gente”, ovvero a chi ha smarrito la propria individualità per assimilarsi alla massa. I punti di sospensione finali (“ho vsto….ti giuro ho visto….”) agiscono come un crollo emotivo. Le parole mancano, la voce si spezza sotto il peso dei ricordi e delle immagini accumulate. Quel “ti giuro” finale è la supplica disperata di un uomo che ha guardato l’abisso della miseria umana e cerca nel lettore un testimone, un alleato che possa convalidare la verità del suo dolore di fronte a un mondo che preferisce girarsi dall’altra parte.